NOTE: Ebbene sorpresa! So che vi ho
riempito di visioni di un Andriy innamorato perso di Riky e da lui
ricambiato che poi si limitano a vivere il loro amore in modo
platonico fino a che Andriy se ne va per non rovinare il pulitissimo
Riky... che poi incontra Cris cjhe non ha la stessa gentilezza! E'
vero che Andriy aveva una delicatezza particolare verso il dolce
Riky, ma era una cosa che tutti in squadra avevano. Però Andriy non
aveva solo con lui un rapporto speciale. Recentemente ho scoperto un
suo altarino che mi ha aperto tutto un altro mondo. Questo altarino
porta un bellissimo viso: Paolo Maldini! Prima di chiedervi che mi
son bevuta, leggete la fic e guardate in questa pagina:
https://www.facebook.com/media/set/?set=a.627123600679099.1073741973.535328716525255&type=1
Quel
che c'è scritto è la spiegazione del loro rapporto e sono cose vere
che non mi sono inventata, da lì mi è nata questa fic dalla parte
di Andriy. A me lui è molto caro, è il mio primo calciatore che mi
sia piaciuto sul serio e solo ora ho scoperto che rapporto avevano
lui e Paolo ed hanno tutt'ora e fidatevi che se c'è una cosa di cui
vado fiera è che riconosco al volo un rapporto speciale. Ormai chi
segue le mie fic sa che ho ragione (un esempio recente sono Karim e
Zizou che prima di mostrarsi sul serio legati, io avevo già notato
qualcosa fra loro!).
Andriy
ha avuto sul serio una vita molto difficile che l'ha spinto a tenere
tutto dentro e a mettere un muro fra lui e gli altri.
Ci
sarà la versione di Paolo.
Buona
lettura.
Baci
Akane
PAROLE
IN LIBERTA'
Nel modo in cui sono cresciuto non si
poteva alzare la testa e reagire. A niente. Guai.
Nel modo in cui sono cresciuto tenevi
la testa bassa, rispondevi con gentilezza a chiunque in ogni caso,
non eri mai e poi mai offensivo anche se avevi ragione ed andavi
avanti.
È così che sono cresciuto e non per
una questione genitoriale, non è che i miei mi hanno cresciuto così.
È così che si faceva nel mio Paese.
Se alzavi la testa e puntavi i piedi eri un signore del crimine.
Per cui se volevi passare per una brava
persona la testa doveva sempre essere bassa, il tono calmo, lo
sguardo a modo. Se eri insolente, se eri infastidito, se mostravi una
qualunque emozione di alcun tipo eri finito. Nemmeno la gioia andava
bene perchè poteva essere fraintesa. Tutto poteva essere frainteso.
Gli scatti d'ira te li dovevi tenere per te così come quello che
pensavi sul serio.
Così andavi avanti omologandoti alla
società e non uscivi dalle righe, mai, in nessun caso. Si faceva a
gara a chi subiva di più e a chi incassava meglio.
Non credo d'aver mai sorriso da piccolo
e nemmeno da adolescente. Forse quando segnavo nelle partite con gli
amici, a calcio.
Lì mi concedevo dei piccoli sorrisi.
Ricordo una volta che sono tornato a
casa col viso pieno sporco di sangue, mi avevano picchiato fino a non
far riconoscere ai miei genitori i connotati. Mi hanno guardato e mi
hanno riconosciuto perchè ero vestito come ero uscito.
Mi hanno chiesto cosa era successo, io
non glielo volevo dire, poi alla fine gliel'ho detto. Avevano
insultato pesantemente la mia famiglia. Era la prima volta che stavo
veramente con gli amici al di fuori di una zona protetta, per cui
sono venuto a contatto con estranei, con altri ragazzi. Non ero
abituato, non ero pronto. Sapevo la teoria, sapevo come si faceva,
sapevo come si doveva fare. Ma non ci sono riuscito.
Quando ho sentito quella cattiveria
sulla mia famiglia li ho solo guardati torvo, non ho detto niente,
non ho reagito. Però mi hanno picchiato così tanto che se non ho
perso un dente è stato un miracolo.
I miei mi hanno sgridato e mi hanno
dato un altro schiaffo, in aggiunta alla faccia gonfia che avevo.
Mi hanno ordinato di non azzardarmi a
reagire mai più. Non era una vera reazione ma per loro lo era stata.
Così mi sono esercitato allo specchio.
Mi ripetevo quelle parole, ricordavo quel momento e vedevo quanto il
mio viso cambiava.
Non era facile per me non esprimere
emozione, ogni ragazzino lo fa spontaneamente. Lentamente ci sono
riuscito, perchè poi in privato chiuso nella mia camera mi concedevo
lo sfogo. Spaccavo tutto e guardavo feroce la mia faccia allo
specchio, sputavo sulla mia stessa immagine. Ero furioso perchè non
reagivo ma non potevo, guai se lo facevo.
Poi rimettevo tutto a posto e la volta
dopo tornavo a buttare tutto all'aria.
Guai se qualcuno sapeva qualcosa di me.
Guai.
Sono diventato un bravo calciatore, mi
hanno notato in squadre sempre più importanti fino a quella che poi
è stata la mia vera salvezza.
Quando sono arrivato al Milan avevo
ancora quella maschera sul volto.
Quella di chi non mostra emozione,
risponde gentilmente e a modo a tutto e non reagisce male mai e poi
mai.
Era l'immagine che ormai avevo imparato
a dare di me, nessuno poteva sapere chi fossi realmente.
Al Milan c'era un ragazzo, era uno dei
difensori più bravi del mondo.
Credo che la prima cosa che mi colpì
furono i suoi occhi.
Erano il cielo. E come il cielo, i suoi
occhi erano limpidi. Ci leggevo tutto. Tutto quello che gli altri non
leggevano nei miei.
Non aveva veri e propri sentimenti
negativi verso gli altri ma naturalmente capitava, così come gli
capitava di arrabbiarsi e sgridare qualcuno. Aveva polso. Ed era
anche molto dolce, dava consigli a tutti, ascoltava, sosteneva. Lui
era tutto, lui era capace di esprimere qualunque sentimento ed
emozione e tutti lo capivano subito al volo, per questo tutti si
trovavano benissimo con lui.
Paolo era la mia antitesi.
Io non avevo nemmeno la minima idea di
cosa fossi realmente, ero così abituato ad annullarmi che non sapevo
se fossi un bravo ragazzo sul serio od un cattivo travestito da
buono. Non sapevo come guardarmi, come considerarmi. Però continuavo
ad essere quello che mi avevano insegnato.
Non mi fidavo in generale, faticavo a
legarmi, non avevo senso dell'umorismo, capivo la metà delle cose
che mi dicevano, non comunicavo quasi per niente, sorridevo
pochissimo. Solo quando segnavo.
Paolo e tutti i miei compagni hanno
visto il vero Andriy per la prima volta in partita. Aggressivo,
feroce, risoluto, spaventoso e violento e poi gioioso, felice,
spensierato. Riversavo tutto in quei novanta minuti.
Per me i novanta minuti di calcio erano
la mia unica libertà, era lì che mi era sempre stato concesso
essere me stesso, in nessun altro posto, in nessun altro modo.
Dio mi è testimone, se esiste.
È per questo che sono diventato un
campione a calcio. Perchè è lì che buttavo tutto quello che tenevo
dentro, che mi liberavo, che ero io, il vero io. C'era tutto quello
che ingoiavo. Potevo essere tutto. Il calcio è stata la mia
salvezza, se non sono impazzito è stato grazie a quello.
Era una guerra, sotto un certo punto di
vista, perchè se non segnavo ero un fallito, mi ci sentivo io così,
per cui la volta dopo dovevo per forza rimediare altrimenti guai. E
poi era una guerra perchè avevo un solo obiettivo. Segnare. Non
c'era altro. C'era solo la porta. Tutto il resto lo lasciavo agli
altri. Persino gli assist, la parte difensiva, costruire. Non mi
importava. Io scendevo in campo per segnare e facevo solo quello.
Quella era la mia guerra. Poi quando ci riuscivo mi sentivo come un
bravo soldato che aveva adempito il suo dovere e avevo la concessione
di sorridere ed esultare. Mi sentivo un salvatore, mi sentivo buono,
mi sentivo degno d'esistere.
Era questo che ero diventato. Avevo
concentrato tutto il mio essere ed il mio dramma nel calcio perchè
era ciò che sapevo fare bene e ciò che mi aveva permesso di non
ammazzarmi.
Ne ho avuto la tentazione tante volte.
Quella voglia di farla finita. Di chiudere con tutto. Quando senti di
voler solo gridare e sai che non puoi e senti che stai per impazzire
e senti che tutto ti sfugge, tutto, tutto, tutto. Cosa mi ha fermato?
Non ho mai avuto una fede troppo forte che mi permettesse di basarmi
su Dio. Non lo so. Forse la speranza che prima o poi qualcosa di
buono ci sarebbe stato anche per me. Penso una cosa simile. Perchè
dopotutto sono un guerriero, un soldato. Ho carattere.
Si può dire che ho le palle, no?
È così.
Venire al Milan è stata una rinascita,
lentamente ho capito che avevo una visione di me stesso e del mondo
sbagliata.
Non è che ero una nullità se non
segnavo.
C'erano volte in cui non mi entravano
le palle, capita a tutti. Io quelle volte ero livido di rabbia.
Nessuno osava dirmi nulla e già di norma in pochi mi avvicinavano.
Un giorno ero particolarmente nero
perchè era tipo la terza partita che non segnavo.
Si vedeva che ero sul punto di
esplodere e penso che incutevo terrore anche se ero sempre gentile.
Era una gentilezza fredda che metteva le distanze, non era una
gentilezza come quella di altri, Paolo ad esempio.
Fu proprio lui ad avvicinarmi, l'unico
che osava.
Ed osò anche quella volta, ma ero così
furioso con me stesso che gli risposi male.
- Dai. Devi rilassarti, il goal
tornerà... non è importante, abbiamo vinto lo stesso, no? - mi
girai di scatto verso di lui e lo guardai così male che per lui
doveva essere una novità.
- Io sono qua per segnare! È questo il
mio compito! Non guardare gli altri che fanno il mio lavoro! - Ruggii
e lui ci rimase male, cercò di rispondere ma me ne andai subito come
il vento freddo del mio paese.
Paolo poco dopo era a casa mia. Vivevo
solo all'epoca.
Mi sorpresi di vederlo da me, ero
tornato da poco, mi stavo accingendo a rompere tutto come di consueto
per sfogarmi, poi avrei passato la notte a sistemare.
Ma lui era lì e nessuno osava
avvicinarsi dopo una mia prestazione pietosa, per cui non sapevo cosa
volesse.
La mia educazione mi imponeva di
rimanere gentile, per cui visto che prima ero sorprendentemente
scattato, cosa che non avevo mai fatto, ora tornai gentile anche se
era una sorta di freddezza sconcertante.
- Scusa per prima. Non volevo
risponderti male. - Lui mi guardò senza capire, così proseguii. -
Non sei qua per questo? - Paolo scosse il capo ed entrò senza farsi
pregare, io volevo solo rimanere solo, ero al limite massimo e la mia
sopportazione era molto alta di solito. Però lui ed i suoi occhi
azzurri mi fissavano semplici e sereni. Come osavano essere sereni
dopo una serata simile? Ma forse a lui non importava, voleva
bacchettarmi e dirmi che comunque non bisognava essere ingrati,
perchè anche se erano altri a segnare bisognava essere contenti lo
stesso perchè si era una squadra.
- Volevo solo sapere come stai, mi sei
sembrato molto teso, prima. - Disse semplice. Io ero convinto che
fosse solo il preludio alla predica. I miei facevano così.
Sospirai, dovevo rimanere calmo, dovevo
controllarmi, però la testa mi esplodeva, tendevo tutti i muscoli
fino allo spasmo.
- Sto bene, non mi piace non segnare ma
rimedierò, giuro che rimedierò. - Paolo sorrise confidenziale.
- Lo so, ne sono sicuro. - Però non
capivo cosa volesse da me a quel punto e allargai le braccia. Ancora
sotto uno sforzo inumano.
- Cosa posso fare per te? - Paolo alzò
le spalle e non distolse lo sguardo dal mio.
- Dirmi come ti senti sul serio e
smetterla con la parte della persona gentile ed educata. - Questo mi
demolì seduta stante perchè era il primo, e lo giuro su cosa ho di
più caro al mondo, che me lo diceva. Che sapeva che facevo una parte
imposta da altri e che in realtà avevo tutt'altro dentro, ma
soprattutto che mi chiedeva di tirarlo fuori, che mi chiedeva cosa
avessi, come stessi sul serio, non mi era mai capitato, non esisteva,
non potevo.
Lui era lì e me lo stava chiedendo e
capivo in quella onestà pazzesca che era vero, che voleva davvero
quello, perchè lui non era come me che faceva una parte, lui non
faceva mai parti, lui era opposto a me, lui era sempre sé stesso. Se
si arrabbiava gridava contro tutti, se era felice rideva, se era
contento abbracciava. Io non ero così.
A quel punto qualcosa successe in me.
Me lo stavano chiedendo, volevano
saperlo, sapevano e volevano saperlo. Ed io non potevo più
trattenermi.
Ma forse esplosi per tutta la mia vita,
non solo per delle partite andate a male. Non so.
- Come sto davvero? Come sto davvero?
Come diavolo vuoi che stia? - Non lo sapevo esprimere perchè mi
sentivo esplodere e bruciare e non aveva molto a che fare col calcio,
era solo una scusa.
Diedi un colpo al tavolo del soggiorno
che si spostò di un metro andando contro il muro, una sedia cadde e
lui rimase allibito, immobile a fissarmi. Non pensava potessi
arrivare a tanto e mi stavo ancora trattenendo perchè non ero
abituato a farlo davanti agli altri.
- Sono qua per segnare e non segno da
tre partite! Sto diventando inutile! Ho mille aspettative, ho
iniziato bene ed ora mi sono fermato! Sono un incapace buono a nulla
inutile! A cosa cazzo servo? Se non riesco a segnare non ha senso che
giochi. La mia unica soddisfazione è segnare! Posso fare solo questo
e non ci riesco! Sto di merda, ecco come sto! - Continuai a gridare
furioso e a dare calci a quel tavolo che ormai batteva contro la
parete e Paolo, ammutolito e pallido, mi guardava a lato senza
fermarmi, senza intervenire, senza dire niente. Non provò a
toccarmi.
Quando mi fermai per respirare, il
silenzio calò e mi resi conto d'averlo fatto davanti a lui e che era
una cosa imperdonabile, che una persona mi aveva visto sfogare la mia
rabbia e la mia frustrazione e che ora... ora cosa dovevo fare? Cosa
potevo fare? Era un guaio ma non sapevo di preciso perchè lo fosse.
Era così e basta.
Nel panico mi presi il viso fra le
mani, me lo strofinai e scossi il capo ripetendo 'scusa' senza un
senso preciso.
- Non dovevo, non davanti a te. È solo
che non ce la facevo più a trattenermi! Di solito arrivo a casa e lo
faccio e poi sto meglio ma tu eri qua e mi hai chiesto cosa avessi e
nessuno aveva osato chiedermelo, a nessuno è mai importato ed io...
io non ho potuto evitare. Ma scusami, non succederà più! - Corsi
paradossalmente a mettere a posto il tavolo, tirai su le sedie e
cercai il punto esatto di dove dovevano stare.
Paolo mi toccò delicato la spalla e mi
fermai come se mi staccassero la spina. Poi la sua voce vellutata,
calma, sempre così pacata.
- Va tutto bene. Se è così che ti
senti non ti devi trattenere, non è giusto. Sei fra amici, devi fare
ciò che ti senti. - Così mi crollò il mondo addosso perchè mi
stava dicendo esattamente l'opposto di quello che i miei mi avevano
inculcato e non solo loro, ma anche tutto il mondo intero. Ero
cresciuto così e basta.
Ed adesso cosa mi stava dicendo, lui?
Come poteva? Perchè? Con che diritto mi diceva tutto l'opposto?
Lo guardai contrariato e astioso come
se volessi attaccarlo, così allargò le braccia in fase di stallo:
- Andriy, sei in famiglia. So che forse
non sei qua da molto ed è per questo che non ti senti a casa, ma lo
sei. Non so cosa hai passato ma se hai bisogno di qualcosa me lo devi
dire. Di qualunque cosa si tratta. - Io non sapevo cosa dire,
onestamente non lo sapevo. Fu il primo davvero davvero gentile e
davvero davvero interessato a me.
Io facevo la parte del gentile ma
innalzavo muri, ero solo educato e tenevo la testa bassa. Lui lo era
davvero. Gentile ed educato.
Volevo solo essere più come lui. Non
so perchè, scattò questo in me in quel momento. Così liberai
un'aria sofferente, di chi voleva piangere. Ma non lo feci. Scossi il
capo e mi voltai in tempo tendendo la schiena.
- Non lo so cos'è che voglio. Solo
gridare. - Lo dissi prima di rendermene conto. Perchè mi faceva dire
tutto quello che voleva? Quello che avevo dentro? Come poteva?
Lui non mi toccò ancora, non si
avvicinò, però con semplicità e calma, mormorò piano.
- Fallo, allora. Grida se è quello che
vuoi. - però io scossi il capo e mi coprii il viso cercando
disperatamente quell'Andriy che ero sempre stato.
Poi, pensando di poter resistere, mi
voltai e lo guardai con quella durezza mista a disperazione.
- Credimi, se comincio non smetto più.
È meglio che eviti. - Fu così che gli chiesi gentilmente di
andarsene, lui lo fece ma mi disse che se volevo, potutevo farlo.
Come mi sentivo?
Non ne avevo idea, non aveva mai avuto
importanza come mi sentivo perchè comunque mi dovevo trattenere.
Ero molto turbato, ci pensai a lungo,
ci pensai fino a non dormire la notte e quando il giorno dopo lo
rividi ero ancora turbato. Si vedeva che non stavo bene e Paolo
sapeva che in qualche modo c'entrava, per cui mi avvicinò in un
momento ideale.
- Mi dispiace se ti ho seccato, ieri.
Non voglio che ti senti obbligato a fare qualcosa che non vuoi,
volevo solo che sapessi che se avevi bisogno di qualcosa, qualunque,
io ci sarei stato. - Scossi il capo, non dissi niente e tornai agli
allenamenti. Lui non sapeva come prendermi e cosa fare con me perchè
non mostravo particolari reazioni, però era chiaro che ero inquieto
e non stavo bene.
La cosa si trascinò fino alla vigilia
della partita successiva. Ero così convinto che sarebbe stato peggio
della volta precedente che ero di partenza nervoso.
Paolo lo sapeva, aveva capito, però
non sapeva come aiutarmi. La storia della mia vita. Nessuno sapeva
mai come aiutarmi.
Quella sera chiese di stare in camera
con me e così fu.
Io non volevo niente e nessuno, volevo
stare solo e concentrarmi, togliere tutte le distrazioni ma vederlo
mi demolì.
Lo fissai entrare come se fosse il
nemico, lui non si scompose, mi sorrise e si preparò per la notte.
- Ti dispiace se sto qua? - Chiese
noncurante. Io non potevo dire di sì, per cui evitai di rispondere,
ma lui non mollò.
- Sai, pensavo che saresti stato
particolarmente nervoso ed allora era meglio che stessi con qualcuno
che lo sapeva... così se vuoi rompere qualcosa per sfogarti lo puoi
fare tranquillamente. - Parlava come se gli avessi detto chissà
cosa, o come se sapesse. Non avevo idea di cosa pensare e come
comportarmi, non avevo tempo per quelle cose. Legare per me era
superfluo, non avevo mai visto i legami come qualcosa di utile per i
miei obiettivi. Volevo avere successo e realizzarmi e siccome lo
potevo fare solo col calcio e che col calcio avevi successo e ti
realizzavi solo se segnavi, allora era quello che dovevo fare. Ma più
ci pensavo e meno ci riuscivo.
Paolo mi tartassava convinto che
dovessi fare chissà cosa, ma io non ne potevo più.
- Più pensi ad una cosa e meno si
avvera, non ci devi pensare. È questo il segreto. So che poi è
difficile se è tanto importante, ma devi provare a distrarti. -
Questo era il colmo. Volevo cercare di rimanere gentile e calmo ma
come potevo?
Così scattai, forse era lui che aveva
un dono particolare. Essere così diverso da me.
- Come faccio a distrarmi? Se mi
distraggo è finita! Devo fare una cosa, segnare. Non esistono
distrazioni! Distrazioni? Come puoi dirmelo? Sono un professionista
serio, non esistono quelle cose! - Forse non mi potevo più fermare
dal lamentarmi e dal brontolare, lui mi guardò vittorioso,
finalmente stavo parlando.
Capii che era quello che voleva e così
allargai le braccia seccatissimo. Mi stavo odiando. Stavo mostrando
così tanto di me.
- Era questo che volevi? - Paolo
sorrise ma non era saccente.
- E' questo di cui hai bisogno, parlare
liberamente. - Disse semplicemente.
Fu lì che capii la naturalezza di
quello che mi stava dicendo. Naturalezza in quanto chi non aveva
bisogno di parlare in libertà? Chi? Ed io non l'avevo mai fatto,
mai.
Mi sedetti nel letto come se mi
avessero tagliato i fili, sconvolto, con un'espressione terribile in
viso. Lui rimase fermo ad osservarmi senza fare cose particolari.
- Già solo il termine 'parlare' per me
è pazzesco, se poi dici anche 'liberamente' è fuori dal mondo. Io
non ho mai parlato liberamente. - Ammisi. Perchè lo stavo dicendo?
Come potevo? Come osavo? Ero convinto di sentirmi rifilare un
rimprovero, uno schiaffone. Succedeva così a casa coi miei.
Non lì, non in quel momento.
Paolo si sedette nel suo letto davanti
a me e mi guardò interessato, la testa piegata e quei suoi occhi
così meravigliosi.
- E se potessi farlo cosa diresti? - Mi
tolse il respiro, mi sconnesse, mi mandò nel panico. Che potere
aveva? Me lo stavo chiedendo di nuovo. Lo guardavo sconvolto, mi
stava demolendo senza usare forza e violenza. Avevo vissuto a testa
bassa e lui mi stava dicendo tranquillamente che potevo alzarla.
Come si faceva? Ne avevo paura.
- Non lo so... - Dissi più a me stesso
che a lui. Sconvolto.
- Prova a dirlo... inizia da qualcosa,
una qualunque... -
Così, sconvolto, fissandolo come lo
facessi per la prima volta, cominciai a parlare.
Non ho idea da cosa, non ho idea cosa
dissi davvero, però iniziai.
E non mi fermai più.
Non mi sono ancora fermato.
Paolo per me è stato la mia salvezza.
Il solo fatto che riuscì a farmi parlare liberamente è stato
incredibile. Non ha usato sistemi chissà che sconvolgenti o
rivoluzionari. Le buone vecchie solite parole, quelle che non ero mai
stato capace di tirare fuori.
Non sono cambiato, sono rimasto questo
perchè è questo che ormai ero. Però in lui trovai una valvola di
sfogo, un punto di riferimento, una guida. La mia pace. La mia
serenità. La mia tranquillità.
E qualche tempo dopo il mio amore.
Quello che per me è stato Paolo non lo
so descrivere, non lo è stato nessuno ed ho la presunzione di dire
che nessuno ha mai avuto uno che per lui è stato come Paolo per me.
Il punto in cui io ero arrivato era il
capolinea e nessuno lo può sapere meglio di me. Nessuno può sapere
quanto finito fossi. Per cui nessuno capirà mai quanto ha fatto per
me quella sera cercandomi.
Per me lui rappresenta tutto perchè da
lui è partito tutto.
Il vero me stesso. Il me stesso più
sereno e tranquillo e meno trattenuto e obbligato.
Non sono mai stato una persona dal
carattere facile. Non sono mai stato uno di compagnia e nemmeno uno
troppo divertente, l'umorismo mi è sempre mancato così come il
ridere senza motivo come molti altri.
Però sono riuscito a stare bene e ci
sono riuscito solo al Milan. Quando me ne sono andato a Londra non ci
sono più riuscito perchè mi mancava lui.
Anche se tornavo per vederlo, poi a
Londra era un'agonia. Ho provato a tornare al Milan ma non era più
la stessa cosa.
Non ho mai avuto veramente il coraggio
di dirgli cosa provavo, sarebbe stato troppo per me.
È vero che grazie a lui avevo imparato
a parlare liberamente e che lo facevo solo con lui, però quello che
provavo non gliel'ho mai detto.
Erano cose strane e sbagliate che non
andavano per niente bene, per cui alla fine mi sono tenuto questa
cosa dentro. Mi sono sposato con questa cosa dentro.
Kristen è una donna bellissima e
perfetta per me perchè non mi invade e quando mi sento troppo vuoto
o mi sembra di impazzire, riesco a sfogarmi con lei a letto ed è una
specie di miracolo, per cui va bene.
Però non è lui.
C'è sempre e sempre ci sarà questo
rimpianto.
Avrei dovuto avere più coraggio per
quel che provavo?
Ma anche lui era sposato. Anche lui era
un padre di famiglia. Come potevo?
Era una così brava persona, quelle
cose non erano per brave persone. Le mie idee così radicalmente
sbagliate che derivavano dal modo in cui ero cresciuto.
Forse mi sono rovinato, ma non so dire
se lui poi mi ricambiasse. Era così di natura. Paolo si interessava
a tutti, aveva uno splendido rapporto con tutti.
Però io mi sono innamorato di lui,
solo che me lo sono tenuto per me.
Tutto qua.
Come ho sempre tenuto la gran parte
delle cose nel corso della mia vita, prima e dopo di lui.
Ero capace di tacere le cose
importanti, potevo farlo ancora, l'ho fatto.
Però rivederlo nei momenti più duri
era un oasi, un aiuto dalla vita. Riuscivo a tornare quello che stava
bene perchè ero lì a parlare con lui.
Ora che ho finito di giocare a calcio
con rammarico, dolore e rimpianto, viaggio tantissimo e spesso con
lui. Capitano moltissimi eventi a cui partecipiamo insieme, ma è lui
a chiamarmi e a dirmi se mi va questo o quello. È lui che mi invita
ed organizza un sacco di cose. Ci vediamo tanto, facciamo tante cose
insieme ed è come quando giocavamo insieme al Milan. Parliamo ancora
liberamente di tutto, io sto molto meglio, sono sereno e rilassato ed
è come tornare indietro nel tempo. Un sogno. Un paradiso.
Credo che lui, il suo sorriso, la sua
semplicità, i suoi occhi saranno sempre il mio paradiso e non
smetterò mai di amarlo, anche se è un amore non corrisposto o forse
un amore platinico, chi lo sa.
Mi basta vederlo ancora e parlare con
lui. Mi va bene così. Sto bene. Ho accettato tutto, tutto di me. E
forse un giorno gliene parlerò.
Chissà, magari non è mai troppo
tardi.
Con questo pensiero sorrido e lo saluto
abbracciandolo dopo esserci trovati allo stadio. Mi ospita a casa sua
per questi due giorni speciali a Milano, Pippo mi ha invitato a
Milanello a parlare alla sua Primavera e così oggi sono a vedere la
partita a San Siro, casa mia, il mio posto felice per sempre.
Rivederlo qua è un tuffo in quel
passato di gioia. Un passato dove forse sarei dovuto essere più
coraggioso e dirgli cosa provavo.
Ma forse lo sapeva e lo sa ancora. Per
questo mi ha invitato a dormire da lui e passeremo la serata insieme,
come ad ogni occasione che crea lui stesso.
Chi lo sa, forse non è tardi.
Magari.